I racconti dell’Elda 27 / “La festa dei morti”

cimitero C. MontiDue novembre è la festa dei nostri morti, a me lo hanno insegnato così, un grande rispetto per chi non c’è più e non abbiamo conosciuto e tanto affetto per quelli che ancora ricordiamo.

Ora ai bambini hanno inculcato in testa questo “Halloween”, una festa pagana che abbiamo scopiazzato dagli Americani, anche se di origini nordiche noi non l’abbiamo mai conosciuta. Non era sufficiente il carnevale? Almeno quello ha delle maschere simpatiche, non vorrete dirmi che quelle di Halloween lo siano, anzi vi dirò che non mi divertono affatto, del resto tutti i gusti sono gusti.

Questi bambini che in questo giorno si divertono così, non conoscono il cimitero, no, no, non si può portare un bambino al Cimitero, potrebbe traumatizzarsi, potresti minare la sua personalità, la sua spensieratezza, lui non deve sapere che al mondo esiste anche la morte, diventerebbe pauroso, allora è meglio tirare su dei bulletti spiritosi, forti e… qualche volta anche maleducati. Così quel bambino non potrà mai capire che in quella tomba riposano i suoi nonni, mentre la loro anima ha preso il volo e aleggia su di lui proteggendolo.

Ai miei tempi recarsi al cimitero era una bella consuetudine, io e i miei amici d’infanzia, Paola e Bruno, ogni domenica o prima o dopo i vespri, venivamo in questo grande giardino, lei a salutare la mamma che aveva conosciuto solo in fotografia, io mia sorella che ricordavo con tanto affetto e Bruno mio cugino molto piccolo, lo portavamo con noi e lo facevamo fare il giro nel campetto dei bambini che non c’erano più e lui guardava incantato i piccoli monumenti con gli angeli in varie pose, che pareva li avessero messi lì apposta per proteggere il piccolo a loro affidato, guardavamo le loro fotografie e ci sembravano felici. Allora purtroppo di bimbi morti ce n’erano tanti, forse troppi, la scienza non era ancora arrivata a capire come curarli, difatti un quarto di cimitero era riservato a loro.cappella

Poi per la festa dei morti il cimitero prendeva “vita”, allora era piccolo, solo due file di loculi di fianco alla vecchia Cappella, due viali inghiaiati a forma di croce divideva il luogo in quattro campetti, allora in pochi avevano i loculi sollevati, solo i ricchi, gli altri venivano messi sotto terra.

Prima di questa festa cominciavano a passare persone con ceste o paniere colme di crisantemi colorati, in ogni orto vicino alle siepi si coltivavano questi fiori, poi sassi di fiume rotondi e bianchi, zappette, rastrellini e bottiglie d’acqua e il cimitero si animava, figure che zappettavano la terra sopra le tombe, che toglievano erbacce, lavavano le lapidi e lucidavano le fotografie. Facevano con le corolle dei fiori infilate nella terra dei tappeti variopinti, file dritte o in diagonale, alternando i colori, bianco, giallo, rosso, oppure disegnavano quadri e c’era anche chi nel mezzo vi faceva un grande cuore rosso che spiccava sul bianco dei sassi di fiume che ricoprivano il resto della tomba. Poi alla fine vi accendevano tre o quattro lumini, di quelli piccoli e bassi che duravano sì e no una giornata.

Io abitavo e ci sto ancora a quattro passi dal cimitero e ci entravo e uscivo ogni volta che volevo farlo, era il mio grande giardino, tanto più che mio padre vi aveva fatto il becchino per sedici anni prima di mettersi in proprio con le casse funebri.

Forse per questo ero abituata a frequentarlo anche senza i miei amici, allora prima di questa festa giravo per questi vialetti, guardavo queste tombe infiorate, poi passavo vicino a quelle dei soldati tedeschi che riposavano in questo luogo, mi pare di ricordare che c’erano sette croci, quattro su loculi divisi e tre in un’unica tomba, li avevano sepolti insieme, forse erano amici. Avevano le loro croci di legno diverse dalle nostre, a fronde larghe, assomigliavano ai distintivi che portavano sulla divisa. Questi funerali erano stati fatti quasi tutti nel febbraio del 1945, io avevo sette anni e ricordo benissimo il drappello di soldati che marciava dietro la bara del loro commilitone caduto, mentre l’arciprete don Ugoletti aspettava che arrivassero appoggiato al muro di cinta col talare nero e solo la stola viola sulle spalle, mentre mio fratello Nilo reggeva “al parlinsin ed l’acqua santa”, cioè l’aspersorio. Un giorno le bare erano tre, poi circa due mesi dopo l’ultimo funerale tedesco, poi per loro cominciò la ritirata. Queste tombe sono rimaste lì fino al ‘69, dopo sono state trasportate in un grande cimitero di guerra germanico al Passo della Futa. Ricordo che queste tombe erano dimenticate, spoglie, senza un fiore. Allora io ne rubavo uno dove ce n’erano tanti e lo appoggiavo davanti a queste croci, anche loro molto lontano avevano una madre che piangeva come la mia.

Poi ce n’era una che attirava la mia attenzione più delle altre, era quella di una bambina della mia età, mi dicevano che era di Cà del Merlo, vicino a Marola. Vedevo spesso la sua mamma che mentre si asciugava le lacrime col dorso della mano, ripuliva la fotografia, levava le erbacce e metteva dei fiori freschi, poi prima della festa dei morti, vi portava una bambola, di quelle grosse di porcellana e la metteva davanti alla lapide allargandole il vestito che pareva una grande corolla e la lasciava lì per qualche giorno. La sera, il becchino, non ricordo bene chi era, forse Sassi, perché ricordo che aveva una capra e ogni giorno la legava fuori dal muro di cinta e lei pensava a tenerci pulito mangiando l’erba che vi cresceva. Bene, quando arrivava la sera quest’uomo ricopriva la bambola e la lapide con una tela cerata e io immaginavo che la notte questa bimba uscisse dalla tomba per giocare con la sua bambola riparata dalla tenda. Mi avevano detto che i morti non si possono far vedere, ma sono sempre con noi.

Anche ora vado spesso al cimitero, vado a raccontare a Giuliano quel che succede in casa sua e in paese (naturalmente non sono pazza), il nostro dialogo è silenzioso, riusciamo a capirci anche senza aprire la bocca. Poi passo dai miei vecchi che ora sono felici, là con quella figlia che li aveva fatti soffrire così tanto, finalmente l’hanno ritrovata. Poi un saluto a don Battista e alla Cleofe, alla famiglia Zuccolani e strizzo l’occhio a Bruno che mi sorride, poi mio fratello prediletto e a suo figlio, il giovanissimo Tiziano e arrivo dall’altro fratello che mi guarda severo mentre sua moglie mi sorride, infine un saluto anche alla zia Piera. Mentre continuo il giro, un nugolo di parenti di conoscenti e di amici, sono tutti lì sulle lapidi, che mi osservano mentre passo:angelo

“Aspettatemi, prima o poi arriverò anch’io”.

Il parcheggio è pieno di macchine, fra poco arriverà un prete a dir la messa e darà la benedizione a queste tombe. La tovaglia sull’altare l’ho lavata da poco, ed è linda e stirata pronta per ricevere Gesù che ripeterà il Suo sacrificio anche su questo altare.

Ci sarà molta gente, specialmente quelli che abitano lontano, anche loro dedicheranno un giorno ai loro morti. Questi c’erano prima di noi, poi toccherà a noi e infine anche a voi e mi auguro che sia il più tardi possibile, anche se qui finalmente si troverà il meritato riposo e la sospirata pace.

(Elda Zannini)

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2 Commenti

  1. Complimenti per il bel racconto che le esce dal cuore e suscita emozione e struggimento.
    Si dice che “chi non ha memoria non ha futuro” e la poca memoria delle nuove generazioni mi preoccupa alquanto….

    Ivano Pioppi

    Rispondi
  2. Mi sono commossa tanto perche’ e’ proprio vero che noi andiamo al Cimitero con questo spirito, stare un po’ li’ coi nostri cari …ci si conosce tutti,e’ impossibile non fermarsi per un gesto,una parola,un ricordo.

    Gianna

    Rispondi

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